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In coma per overdose di hashish: il Corriere Adriatico pubblica la bufala dell’anno

L'articolo pubblicato sul Corriere Adriatico (clicca l'immagine per ingrandire)

L’articolo pubblicato sul Corriere Adriatico
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Tragedia al festival reaggae: un giovane finisce in coma a causa di una overdose di hashish. La notizia è stata pubblicata dal Corriere Adriatico, cioè il principale quotidiano delle Marche.

Nell’articolo si “informano” i cittadini che in una festa svoltasi nelle colline anconetane un ragazzo è finito in coma a causa di una probabile overdose, accennando al fatto che probabilmente “aveva assunto dosi eccessive di droghe da individuare tra cui hashish”, prima di svenire a causa di un arresto cardiaco e finire in coma.

Naturalmente non sappiamo cosa sia successo al ragazzo e niente possiamo fare oltre ad augurarci che si riprenda al più presto. Tuttavia se overdose è stata di certo non è stata di hashish o di altri derivati della cannabis. Può essere stata di eroina, di cocaina, eventualmente anche di alcol, ma di cannabis è impossibile.

Come possiamo saperlo? Semplice, fino ad oggi la ricerca scientifica è assolutamente concorde nel ritenere che nessun individuo sia mai deceduto a causa di abuso di cannabis.

O meglio, esiste una dose limite che può dare la morte, e alcuni scienziati americani si sono presi la briga di individuarla attraverso dei test di laboratorio sui ratti. Attraverso l’inalazione (cioè fumando) si dovrebbero assumere 482 mg/kg di cannabis. Significa che una persona di 80 kg dovrebbe assumere 38,56 grammi di cannabis nel giro di mezzoretta: circa un’ottantina di spinelli, tre al minuto.

Il Corriere Adriatico è un quotidiano di lunga storia, a cui gli anconetani hanno da sempre riservato un nome vernacolare, con il quale preferiscono chiamarlo: “el bugiardo”. Quando si dice la saggezza popolare…

fonte: dolcevitaonline.it

L’uomo che ha trovato il modo di far produrre alle api miele alla marijuana

miele-marijuanaIl miele è utilizzato da millenni anche per le sue proprietà nutraceutiche e medicinali, e lo stesso naturalmente vale per la cannabis, della quale negli ultimi anni si stanno (ri)scoprendo valori terapeutici che erano noti già nella Cina del 5000 avanti Cristo. In Francia c’è un uomo che si fa chiamare Nicolas Trainerbees e che ha trovato il modo di creare un miele che contiene anche le virtù della cannabis, come? Semplice, facendo nutrire le api con la resina dei fiori di marijuana. Nasce così quello che Nicolas ha chiamato il “cannahoney”.

«Tutto ciò che passa dentro un ape e diventa miele migliora – ha dichiarato Nicolas in un’intervista – basti pensare che i loro enzimi riescono a trasformare la resina del pioppo e del salice in una fantastica sostanza curativa come la propoli, quindi ho pensato che fare trasformare alle api la cannabis avrebbe potuto dare grandi risultati».

Così, nel 2006, Nicolas ha cominciato a studiare per mettersi a produrre miele alla cannabis, mentre tutti gli altri apicoltori gli dicevano che era un’idea folle e impossibile. Ma in pochi anni ha dimostrato che si sbagliavano. Nel 2013 ha effettuato i primi test sul miele prodotto dalle api nutrite a cannabis, confermando che conteneva spiccate qualità terapeutiche e rilassanti.

E anche chi aveva espresso perplessità per la salute degli insetti è stato smentito. Dopo due anni di ricerca si è infatti potuto confermare che le api non possiedono un sistema endocannabinoide e quindi non elaborano il Thc, il quale non ha alcun effetto su di loro. Trattano i fiori di cannabis esattamente come tutti gli altri.

Oggi ha a disposizione 30 alveari per il suo progetto. Tuttavia, deve fare i conti con le complicazioni del proibizionismo e per questo tiene nascosta l’area in cui opera. Una situazione che comporta molti rischi, specie durante il trasporto delle piante vicino agli alveari per l’impollinazione.

Ora Nicolas ha cominciato a raccontare la sua vicenda su di un profilo Facebook. In Francia la coltivazione di cannabis è vietata, e anche se il suo scopo è produrre miele non psicoattivo rischia l’arresto. Per questo usa un nome fittizio e sta cercando qualcuno che voglia sostenerlo aiutandolo a proseguire la ricerca, magari trasferendosi in Spagna dove potrebbe continuare le sue sperimentazioni in una cornice legale.

fonte: dolcevitaonline.it

La differenza tra canapa e marijuana spiegata in modo semplice

canapaCanapa e Marijuana sono la stessa pianta, parte della famiglia botanica delle Cannabaceae (sottoinsieme dell’ordine delle piante Urticales). La distinzione tra canapa e marijuana è quindi solo lessicale e dovuta all’uso comune dei termini. Sarebbe più corretto parlare sempre di canapa, sia quando si intende la variante tessile, che quando si intende quella psicoattiva.

I due nomi distinti per definire i due diversi usi si utilizzano semplicemente per convenzione: con la parola canapa si intende la varietà che si produceva in gran quantità in Piemonte, Emilia Romagna e sud Italia, e che serve per produrre alimenti (semi, olio, farina), bio-carburante, carta, tessuti, cordame, prodotti cosmetici e materiali (spesso innovativi e molto efficienti) e per la bio-edilizia.
È quasi priva di Thc (o meglio ne contiene solo in minima concentrazione), il principio attivo che provoca lo “sballo”, e non ha quindi alcun effetto psicotropo. La sua coltivazione in Italia è legale e regolamentata (per chi fosse interessato ecco un articolo a riguardo: cosa fare per coltivare la canapa). Quello della canapa a scopi industriali è stato per anni uno dei settori di punta in Italia e nel mondo, il nostro paese ne era il secondo produttore mondiale (una produzione tradizionale della quale sono rimaste alcune bellissime fotografie).

Per dare un’idea di quanto fosse diffuso l’utilizzo della canapa, basti pensare che anche la Costituzione degli Stati Uniti venne scritta su carta di canapa. Si trattava insomma di una pianta che consentiva di fare in modo economico ed ecologico quasi tutto ciò che poi si è cominciato a fare con il petrolio e i suoi derivati.

Con il termine marijuana si intende invece la variante di canapa ricca di Thc e quindi ad effetto psicoattivo. Questa è la pianta cantata da Bob Marley e simbolo della cultura hippie (e contemporaneamente dagli importanti e sempre più diffusi utilizzi medici e terapeutici). La marijuana è considerata una droga leggera e la sua coltivazione in Italia è vietata. Anche se sempre più paesi nel mondo la stanno legalizzando.

Quella che si usa per scopi tessili, priva di Thc, è solitamente la pianta di sesso maschile (anche se non sempre, esistono anche qualità di canapa monoiche, cioè ermafrodite, e femmine utilizzate a questo scopo) mentre quella con effetti psicoattivi è la femmina.

Per concludere, è comunque importante sapere che le distinzioni tra i termini canapa, cannabis e marijuana sono del tutto arbitrarie. Come già accennato, il nome scientifico è lo stesso, appunto per il fatto che si tratta della medesima pianta. La distinzione del nome marijuana da quello di canapa avvenne negli anni ’30 (in questo articolo se ne parla approfonditamente). Quando si decise che era una droga da vietare, prima negli Usa e poi in tutto il mondo.

fonte: dolcevitaonline.it

Coltivazione di cannabis: troppe aspettative sulla pronuncia della Corte Costituzionale?

legge uguale per tuttiIl prossimo 9 marzo la Corte Costituzionale sarà chiamata ad esprimersi sulla coltivazione di cannabis a scopo di consumo personale, dovendo stabilire la punibilità o meno della coltivazione di poche piante. Un appuntamento che sta generando molte aspettative tra consumatori e attivisti della canapa. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’avvocato Carlo Alberto Zaina per capire cosa potrebbe cambiare in caso di una pronuncia favorevole della Corte e se tutta questa aspettativa sia ben riposta.

SU COSA DECIDERÀ LA CORTE COSTITUZIONALE. I giudici della Corte Costituzionale saranno chiamati a stabilire se sia costituzionale che la coltivazione di cannabis per evidenti scopi di consumo personale, e non di spaccio, sia trattata come condotta differente rispetto al semplice possesso di cannabis. In pratica, sino ad oggi, l’acquisto e il possesso di cannabis comprata dagli spacciatori è considerato un illecito amministrativo mentre la la coltivazione viene considerata reato penale. Se i giudici si pronunceranno a favore anche alla coltivazione verrebbe riservato lo stesso trattamento del semplice possesso.

COSA POTREBBE CAMBIARE CONCRETAMENTE PER I COLTIVATORI. Questo è il punto fondamentale: cosa cambierà realmente se la Corte si pronuncerà a favore della coltivazione? Si potrà coltivare senza timore di essere processati e condannati? «La Corte, se si pronuncerà favorevolmente, andrà a codificare un principio che in questi anni si è già diffuso nei tribunali – spiega l’avvocato Zaina – in quanto già oggi si ottiene spesso l’assoluzione per la coltivazione di un numero contenuto di piante a evidente scopo di esclusivo consumo personale. Per il resto cambierà poco e non dobbiamo illuderci che una pronunzia favorevole equivarrebbe alla legalizzazione della coltivazione, perché comunque chi sarà trovato in possesso di qualche pianta di cannabis andrà a processo».

LA SPERANZA DI UN CAMBIO DI INDIRIZZO NEI GIUDICI. Insomma, la sentenza non stabilirà in alcun modo l’assoluzione automatica dell’imputato, né tantomeno un numero preciso di piante che sarà lecito coltivare. Continuerà ad essere la magistratura a valutare caso per caso e a decidere se si tratterà di coltivazione a scopo personale durante il processo. «Possiamo sperare che una sentenza favorevole potrà agevolare in parte il lavoro degli avvocati in caso di coltivazioni di minima entità, ma poco più – continua Zaina – la cosa migliore che potrebbe provocare una pronunzia favorevole della Corte potrebbe essere il fungere da stimolo per l’approvazione di una nuova legge da parte del Parlamento» anche se vista l’inerzia dimostrata dal governo sul tema non c’è da scommetterci.

fonte: dolcevitaonline.it

Cosa succede quando ti fermano e sei positivo alla cannabis (e come conviene comportarsi)

posto-di-blocco-polizia--300x185Spesso ci capita di ricevere messaggi da parte di lettori che sono stati fermati mentre si trovavano al volante e trovati positivi al test sui cannabinoidi: ci chiedono cosa potrebbe succedergli e come è meglio comportarsi, specie in caso di sospensione della patente. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’avvocato Carlo Alberto Zaina, il quale ci ha spiegato a cosa si va incontro e come conviene comportarsi in questi casi.

SI HA IL DIRITTO DI CONTATTARE UN AVVOCATO. La prima cosa da sapere è che prima di essere portati a fare le analisi del sangue o delle urine si ha sempre il diritto di contattare un avvocato. Gli agenti sono tenuti per legge a comunicare questo diritto al fermato, anche se a volte si esimono dal farlo. L’unico caso in cui il cittadino non è tenuto ad essere informato di questa possibilità è il caso di controlli fatti in seguito al ricovero ospedaliero: se si rimane feriti in un incidente stradale e si viene portati al pronto soccorso, i medici possono anche ricercare la presenza di sostanze illecite nel sangue, se richiesto dagli agenti. La ragione del mancato avviso deriva dal fatto che il controllo ematico o dei liquidi biologici può avere di per sé motivi terapeutici o di profilassi.

QUANDO VIENE SOSPESA LA PATENTE PER POSITIVITÀ ALLA CANNABIS. Un’altra cosa fondamentale da sapere è che la positività al test delle urine o del sangue non è affatto prova sufficiente per la sospensione della patente. «La legge stabilisce che è reato guidare sotto effetto di sostanze stupefacenti – spiega l’avvocato Zaina – e la Corte di Cassazione ha recentemente stabilito che la semplice positività al test delle urine o del sangue non rappresenta di per sé sola una prova sufficiente per comminare la sanzione, visto che questa positività non accerta il fatto che l’automobilista fosse sotto effetto di sostanze mentre era alla guida, ma può essere data anche da consumi avvenuti nei giorni precedenti, nel caso del test del sangue, o addirittura nel mese precedente, nel caso del test delle urine». Per questo è necessario il parere scritto del medico: «È il medico che ha preso in carico l’automobilista che deve confermare il fatto che lo stesso gli sia apparso in evidenti condizioni di alterazione psico-fisica, descrivendo dettagliatamente i sintomi che egli ha ravvisato. Se il medico non conferma questa eventualità, la sanzione può essere impugnata».

LA POSSIBILITÀ DEL RICORSO AL GIUDICE DI PACE. In attesa dei risultati degli esami quasi sempre gli agenti che hanno operato il controllo, scelgono di ritirare materialmente la patente in via cautelativa, solitamente per un breve numero di giorni. Si tratta di un’anticipazione della vera e propria sospensione che è di competenza del Prefetto. Entro 10 giorni, poi, il risultato delle analisi deve essere comunicato all’interessato. A quel punto il procedimento passa al Prefetto, il quale può confermare la sospensione cautelare e stabilirne la durata. Se questo avviene l’interessato può proporre ricorso al giudice di pace. Il problema è che i giudici di pace, salvo qualche eccezione, respingono quasi sempre la richiesta di sospensiva che viene vergata in calce ai ricorsi e che mira al recupero della patente in attesa della decisione definitiva: «Spesso i giudici di pace, che in realtà sono quasi sempre avvocati, dimostrano un approccio conservativo, cioè non sufficientemente approfondito della materia e non sono aggiornati sulle evoluzioni giurisprudenziali di legittimità – spiega Zaina – per questo tendono a confermare la misura cautelare ed a vincolare la restituzione della patente solo al superamento delle visite mediche stabilite nei mesi successivi. Questo è un problema di diritto: i giudici di pace dovrebbero cercare di considerare la questione con un’interpretazione evoluta della normativa, che si fondi soprattutto su quei dati scientifici (fondamentali per bene applicare la legge) che dimostrano la differenza fra guida sotto l’effetto di stupefacenti e guida in un periodo successivo all’assunzione, ma spesso non è così».

STABILIRE LA PROPRIA INNOCENZA IN SEDE PROCESSUALE. L’ultima e concreta possibilità rimane quella di ottenere l’assoluzione durante il processo penale, che è procedura che viene automaticamente aperta in caso di accusa per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. «Di fronte al giudice penale vi sono maggiori possibilità di ottenere una pronunzia favorevole, specie se vi sono stati vizi di forma nel procedimento che ha portato alla sospensione della patente – spiega Zaina – anche se i tempi del processo spesso rendono la vittoria superflua, per quanto riguarda la patente, perché le sentenze giungono quando il periodo di sospensione è già stato scontato». Una vittoria che quindi assume spesso il sapore della beffa.

fonte: dolcevitaonline.it

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